a San Giovanni in Persiceto - Bologna

La macerazione

Per secoli nella pianura bolognese si è macerata la canapa immergendola per alcuni giorni nell'acqua stagnante raccolta in apposite vasche, i maceri.
La macerazione è il processo che consente di neutralizzare l'azione delle sostanze collanti (clorofilla e pectina) che trattengono la fibra tessile, tiglio, intorno allo stelo legnoso, canapule. La macerazione industriale, alternativa a quella tradizionale, viene sperimentata in Italia solo nel corso del XX secolo. Senza cogliere tuttavia, almeno nel nostro paese, importanti risultati pratici.
Il macero
II macero, nella pianura bolognese, è una fossa rettangolare profonda circa 2 metri. L'ampiezza è proporzionata alla quantità di canapa da macerare, a volte quella prodotta da un solo podere, spesso quella prodotta da più mezzadri di una tenuta.
Lungo le pareti, leggermente inclinate e sostenute da un assito o da un muro, corre una banchina utilizzata come base d'appoggio in diverse fasi della lavorazione.
Il macero può essere di due tipi: a stanghe o a sassi.
Il macero a stanghe si pratica utilizzando stanghe di rovere affondate con l’aiuto di leve e sotto le quali si collocano a forza i fasci di canapa. Questo tipo di impianto viene utilizzato fino a quando il legname di rovere è relativamente abbondante, ma già alla fine del secolo scorso è sostituito dal meno dispendioso sistema a sassi. Nel macero a sassi, con i fasci di canapa si formano delle zattere, i postoni, che si affondano caricandole di pietre. L'immersione dura circa 8 giorni. Dopo i controlli relativi al grado di macerazione i postoni vengono scaricati per procedere alla lavatura.
Alla metà del secolo scorso oltre i due terzi del prodotto di canapa vengono esportati in altre province italiane oppure all'estero. Il rimanente è oggetto, a Bologna o nei centri minori del contado, delle varie lavorazioni, alimentando in questo modo il lavoro di migliaia tra artigiani, lavoratori a domicilio, operai di manifatture. La filatura. La filatura consiste nella formazione di fili continui derivanti dallo stiramento e dalla torcitura di fibre di origine vegetale e animale. Tutte le fibre presentano certe irregolarità per cui aderiscono le une alle altre quando vengono pressate mediante la torcitura. Gli strumenti con i quali per secoli nelle campagne bolognesi si fila la canapa sono la rocca e il fuso.
La rocca
Sì incappuccia la rocca con un batuffolo di fibra da cui si tira il filo. Le filatrici tengono la rocca stretta sotto un'ascella o infilata nella cintura in modo da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere le fibre.
Il fuso
Il fuso è un pezzo dì legno tornito, assottigliato alle estremità e lungo circa 25 centimetri. Facendolo ruotare la filatrice provoca la torsione e l'avvolgimento del filo.
Il filatoio
L'apparizione in Europa, nel corso del medioevo, del fuso a ruota azionato a mano e quella successiva del filatoio a pedale, modificano solo in parte e molto lentamente i procedimenti di filatura.
A lungo il filo prodotto con il filatoio, ritenuto più debole di quello filato con il fuso, viene impiegato unicamente per la trama dei tessuti. Nelle campagne bolognesi il filatoio a pedale si diffonde a partire solo dalla fine del XVIII secolo. E all'inizio del 1900 in molti casi si fila ancora con la rocca e il fuso.
L'orditura
L'orditura è l'ultima operazione che precede la tessitura. Con i fili avvolti su un numero variabile di rocchetti occorre formare un'unica serie di fili paralleli e disporla sul telaio secondo schemi stabiliti in funzione del tessuto che si intende produrre.
La tessitura
La tessitura è l'intreccio di una serie di fili paralleli, l'ordito, con uno o più fili perpendicolari ai primi, la trama. I fili dell'ordito sono tesi l'uno vicino all'altro e il filo o i fili di trama vengono fatti passare sopra e sotto tutti o solo alcuni di essi.


Foto e testi tratti dal sito del Comune di San Giovanni in Persiceto

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